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“Non potevamo più né capire, né continuare ad attardarci nel tentativo di capire.”
Finalista all’International Booker Prize 2020, Una volpe a mani nude è più di una raccolta di racconti: è un gioco a incastri congeniato magistralmente. Emmanuelle Pagano ha riunito storie nate indipendenti e poi le ha legate insieme in una strategia di rimandi, nella quale i personaggi si incontrano, si sfiorano, e viene di continuo cambiato il punto di osservazione, svelando storie parallele.
Il risultato non è solo omogeneo, è una costruzione efficace che comunica complessità: l’umanità è fatta di frammenti.
Il filo rosso che lega questi pezzi di vita è l’estraneità: i personaggi sono tante solitudini, non si conoscono, se lo fanno è per poco, piccoli tratti di strada da percorrere insieme, aprendo spiragli su esistenze ai margini.
Sono persone che spesso vivono in angoli bui, incapaci o impossibilitati a camminare nel mezzo, nella luce.
Per questo sono visibili solo in parte, relegati nelle loro difficoltà.
È un’estraneità che cresce nell’incomunicabilità, non solo linguistica: i protagonisti sembrano tutti parlare un’altra lingua, e non riescono ad ascoltarsi e a spiegare il loro dolore, la perdita di una famiglia, o la pietà di salvare una volpe dall’agonia.
“La vera voce è quella che sentono gli altri, perché la voce è un collegamento verso gli altri, no? E se la vera voce è quella dell'interno, a che serve, se si rivolge solo a noi stessi? Di angoli morti ce ne abbiamo eccome, e nemmeno pochi. Un mucchio di angoli morti dentro di noi. E fuori.”
Non è un caso che molti racconti siano ambientati su strade: si viaggia veloci, ognuno sulla propria corsia, accorgendosi degli altri solo per un istante, si attraversa la vita da soli, schivando il prossimo, dandogli un passaggio che è per un breve tratto insieme, guardando avanti.
Ci sono storie che trasmettono una malinconia profonda, frutto dell’isolamento e della solitudine: la realtà è parlare a un telefono muto, inventandosi una storia e una voce dall’altra parte, o cercare segni altrui tra i libri di una biblioteca, brillantini come indizi, o segreti.
Lo sguardo è rapido, impegnato, per lo più indifferente: ognuno preso da se stesso in esistenze ad alta percorrenza, viene sorpreso da chi esce fuori, a sfidare la morte, a cercare aiuto, fantasmi negli angoli ciechi della strada, o pazzi appoggiati a un guardrail. In realtà, svela Pagano nel suo caleidoscopio di vite, non ci sono matti o vagabondi, ma vite spezzate. Basterebbe accostare, fermarsi, e ascoltare.
Invece ci si sposta ai margini per sentire in modo diverso, per ritrovare le proprie storie e i propri ricordi, per provare a raccontarli per lo più a se stessi, per vivere l’illusione di un sogno, o di un salvatore.
Sono echi di umanità commovente, in cui le paure e le assenze sono motori per la ricerca delle radici, della famiglia, di un tronco cavo nel quale rannicchiarsi, di un dolore che è familiare e si rivuole indietro, come una memoria preziosa.
“Voglio riavere il mio ricordo, voglio tornare sbilenca. Non la sopporto più, la mia vita dritta. Non sopporto più di stare dritta, di camminare senza compensare. Cado, capisce, cado di continuo, non mi ci abituo, non mi ci abituerò mai. Mi rimetta sbilenca, la prego.”
C’è un limite delicato tra stranezza e normalità, ma viene valicato solo dallo sguardo degli altri, dal loro giudizio sull’immaginario popolato di ricordi: lo strano è una guida che parla automaticamente quando la sua porta si apre, un guardiano di un castello con il suo bagaglio di storie, a cui è difficile credere. Ci si scopre fratelli, si cercano tracce di un amore nella spazzatura, o di una famiglia facendo autostop senza una destinazione.
Gli esseri perduti di Emmanuelle Pagano non sono mai cresciuti, e si muovono soli e girovaghi in un mondo di paesaggi bellissimi, di una natura primitiva che contrasta con le periferie, le strade statali, le officine. Sono echi di umanità che danno voce agli invisibili, e si intrecciano in istantanee che cambiano continuamente il punto di vista, in un tumulto che fa rumore.
Romanzo dall’architettura sorprendente, Una volpe a mani nude mette insieme una collezione di umanità e con grande sensibilità riesce a raccontare gli sbandamenti in una lettura che ipnotizza, e lascia disorientati e affascinati.
“Non avevamo fatto altro che schiudere di poco quella vita, ma avevamo visto e sentito così tante cose, in quello spiraglio.”


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