Già il titolo indica uno slittamento, un accenno che s’insinua sottotraccia e che ne costituisce
l’andamento e lo spirito. Surfacex e non Surfaces, come grammatica vorrebbe. Un “ex” che suggerisce
qualcosa di già accaduto, un tempo trascorso. Come una briciola di Pollicino, questa “x” anomala
indica come queste immagini siano concentrazioni e apparizioni del tempo, nate da un lungo cercare
nelle pieghe del visibile. Esse conservano e danno voce a tracce di presenze svanite o solo nascoste, a
sopravvivenze che suggeriscono sottovoce e non indicano significati precisi.
Certo, le “superfici” qui fotografate sono quelle dei muri che l’autore ha incontrato negli anni. Ma il
termine “muro” ci rimanderebbe troppo ad autori come Brassaï, Aaron Siskind o Nino Migliori. Autori
le cui opere dedicate ai muri, seppur simili tematicamente a quelle di Bonfiglio, esprimono significati
distanti rispetto al suo lavoro e nascono da un humus artistico e culturale diverso. Se mai si volessero
cercare delle assonanze, il lavoro di Bonfiglio potrebbe essere avvicinato solo a quello di Siskind. Più
per l’aspetto allusivo sotteso alle loro opere – come la connessione fra immagini e stati d’animo – che
non quello formale: ogni rimando all’espressionismo astratto (di cui Siskind si è nutrito) è infatti qui
evitato, per lasciare spazio a fotografie spesso frontali e studiate geometricamente che si sviluppano
seguendo una sorta di narrazione sospesa.
Simili a impronte del tempo capaci di accogliere le genealogie inconsapevoli che emergono dai muri
delle strade, le fotografie di Bonfiglio si basano su inquadrature limpide e strutturate. Giocano
inizialmente sull’ambiguità del vuoto e dei bianchi velati da sfumature materiche, rivelano superfici
simili a diaframmi vibratili, per inoltrarsi poi verso strati materici via via più intrisi di oscurità, fino a
far predominare un nero quasi assoluto. Ogni immagine della sua ricerca rimanda alla successiva, in
un sottile degradare dalla luce all’oscurità, dalla leggerezza alla forza della materia, a un nero segreto.
L’ombra fotografata contiene infatti al suo interno una sorta di movimento latente che trasforma
l’immagine in una figura immobile del passaggio del tempo. Questo tempo ritrovato (non a caso nel
libro Surfacex le sue immagini sono inframmezzate con brevi frasi tratte dalla Recherche di Marcel
Proust) carica l’immagine di un’immobilità vibrante, attraversata dal tremolio del passato, delle cose
immerse nella memoria.