In questa silloge Dal Bello concepisce la poesia come un atto di estrazione e di attraversamento: scavo nel corpo e nella lingua, ma anche risalita verso una visione cosmica che ricompone ciò che è stato frantumato. La raccolta alterna controllo formale e dissoluzione, neologismo e tradizione, ironia e sublime, costruendo un itinerario poetico coerente e ambizioso. Una scrittura che assume il rischio della sperimentazione senza perdere profondità simbolica e tenuta architettonica.