Brossura. Questo libro offre una lettura sintetica dell'opera di Van Gogh attraverso le chiavi della psicoanalisi. La sua tesi è che Van Gogh abbia sofferto di melanconia, ovvero di una forma psicotica di depressione. Il dato biografico da cui l'autore parte è la morte, esattamente un anno prima della nascita dell'artista, del fratello omonimo. Van Gogh è dunque un bambino destinato a sostituire il bambino, ideale, mai nato, che aveva il suo stesso nome. La sua vita è segnata dal disagio di sentirsi di troppo, senza diritti, sradicati sin dall'inizio. Il libro ripercorre gli sforzi di questa vita per trovare, nonostante il rifiuto originario, un'iscrizione simbolica possibile. Questo avverrà dapprima attraverso l'adesione, al limite del fanatismo, alla parola evangelica e, in seguito, attraverso la dedizione alla pratica dell'arte. Le maschere del Cristo e del Giapponese servono a Van Gogh per darsi un'identità di cui si sente privo. In particolare, il suo diventare un pittore lo condurrà al mistero della luce e del colore come mistero fondamentale della Natura. La sua pittura non è la semplice espressione di stati emotivi, ma lo sforzo estremo di attingere, proprio attraverso la luce e il colore, direttamente all'assoluto, alla Cosa stessa. Il libro mostra però come questo sforzo risulti disperato e contribuisca anche all'ultima e drammatica scompensazione psicotica dell'artista. Come per Icaro, la ricerca forsennata dell'assoluto deborda nella distruzione della vita. La dedizione all'arte, che lo aveva in un primo tempo salvato dalla sua melanconia originaria, si rivela ciò che lo fa precipitare negli abissi della follia. Il suo movimento pittorico e biografico dal Nord al Sud lo avvicina troppo al calore incandescente della Luce e in questa prossimità egli finisce per consumarsi.