C’è un ordine nelle cose, una giusta misura, un equilibrio.
E qualora non ci fosse, qualora fosse il caos, il disordine, a regolare la natura, la società, fino al paesaggio umanizzato, allora ecco intervenire lo sguardo di Paolo Ferrari, che nella oggettività disorganizzata, trova la materia, la sostanza primordiale per la formazione del proprio mondo ordinato, il proprio cosmo. Come gli antichi filosofi attingevano dal dato sensoriale per disquisire sul mondo dell’invisibile, così negli scatti dell’autore la realtà raccolta prende vita e corpo trasformandosi in metafora del quotidiano animato, anzi umanizzato, aperto agli sguardi. La contemplazione è dunque il punto di partenza e il punto di arrivo; l’assenza di eccessi determina una visione classica di eleganza, serenità ed equilibrio. In coerenza con questo presupposto, l’attrazione che il cosmo ordinato esercita sull’uomo, in virtù della bellezza che esprime, è da sempre legata all’idea di forma eidos, che coincide con la “cosa veduta”. E perché non traslare il concetto alla “cosa fotografata”? Lo sguardo vede, sceglie, raccoglie, ferma il tempo e crea lo spazio. La visione interiore permette al fotografo di attingere la forma ideale del bello dalla sua rappresentazione. Tenendo in mente questi elementi possiamo immergerci nelle immagini di Paolo Ferrari, frammenti di vita comune, vibrazioni colte con ironia e positività. Un arguto atlante moderno in cui ogni immagine è in sé compiuta, ma trova un riverbero, una rifrazione, un ulteriore senso grazie alla sapiente messa in sequenza. Assonanze e discordanze silenziose, attuali, che vivono di un eterno presente. Colorate icone del contemporaneo in cui le figure umane, corpi frammentati e immobili, compaiono come ingredienti della composizione, senza prendere mai il sopravvento sull’equilibrio della rappresentazione. Nei paesaggi sono invece le linee ad ammaliare e coccolare lo sguardo, generando transizioni che hanno la dimensione di un sospiro. La leggerezza permea ogni scatto. Leggerezza che non è vuoto sterile, ma terreno fertile per la contemplazione di un oltre possibile.
(Stefania Lasagni)