“Io credo che la vita consista in una lunga serie di scelte che siamo costretti a fare. È solo se rifiutiamo di assumerci questa responsabilità che tutto diventa indifferente.”
Francia, anni Quaranta: un anziano psicanalista si avvicina alla pensione: mancano poco meno di sei mesi, ventidue settimane per l’esattezza, 800 incontri. Numeri confortanti, perché diminuiscono ogni giorno. Anche se a fatica.
Ormai nella vita dell’uomo prevale un’indifferente indolenza che lo porta a compiere gesti sempre uguali, senza interesse e senza sussulti.
Lo studio è condotto dalla fidata segretaria e tuttofare Madame Surrugue, che tiene in ordine appuntamenti e cartelline dei clienti, cambia i fiori, pulisce le stanze. Il dottore siede dietro il lettino dove i pazienti si stendono e da dove raccontano, mentre lui disegna schizzi di uccelli su un taccuino.
Giornate così, in un conto alla rovescia matematico. La casa che lo accoglie la sera è la stessa in cui è cresciuto, e nella quale non ha mutato nulla: un po’ di musica col plaid sulle gambe, prima di dormire.
Se è vero che “la vita è costituita di tutto quello che facciamo” la vita dell’anziano psicanalista è un susseguirsi di atti stanchi e vuoti di significato. Un’esistenza disillusa e solitaria alle prese con i segni dell’età.
“Credo che la vita sia troppo breve e troppo lunga nello stesso tempo. Troppo breve per imparare a vivere. Troppo lunga perché la decadenza si fa solo più visibile ogni giorno che passa”
Poi, inaspettatamente e contro le sue indicazioni, Madame Surrugue accetta una nuova paziente, per il tempo rimasto. È una giovane tedesca, Agathe Zimmermann, magrissima e pallida, insistente nel volersi fare accettare dal dottore. Agathe è una donna violata e fragile, autolesionista e infelice, ma acuta, brillante e sagace. La sua pelle è bianca, e il suo è un profumo di mele e cannella.
Quell’ora, due volte alla settimana, diventa un appuntamento atteso con trepidazione. Agathe non svela solo i suoi turbamenti, ma porta il dottore di fronte ai suoi, alla realtà della sua vita, e alla sua infelicità. Svela le sue ombre raccontando le proprie.
“Ma dottore, come può passare l’esistenza ad alleviare il dolore degli altri, se non ha consapevolezza del suo?”
L’ora di Agathe è un romanzo elegante e molto raffinato, che pone quesiti importanti sulle proprie scelte e il senso dell’esistenza, con grande grazia anche quando affronta il tema della vecchiaia e della morte, svelando le paure più profonde e più vere dell’uomo. Sono queste paure a rendere soli.
Anne Cathrine Bomann, che è poetessa e psicologa, fonde le sue due anime in un racconto sentimentale memorabile che tocca il cuore, ricordando che c’è sempre tempo per ricominciare.
Recensione di Francesca Cingoli