Nell'autunno del 1982 Salvatore Toma fu degente presso l'"Ospedale di Venere" a Bari. Non mancarono in quelle settimane, per lui, riflessioni sulla propria esistenza e sul proprio rapporto con Dio. Il "quaderno" dove l'autore annotò i suoi versi, rimasto inedito, fu letto anche da Antonio Leonardo Verri che ne scrisse sul suo diario, il critico letterario Donato Valli "attendeva" questi versi per una lettura. Salvatore Toma negli stessi giorni di stesura di questo quaderno terminava la revisione dell'ultima raccolta «Forse ci siamo», che avrebbe dattiloscritto e inviato a Oreste Macrì una volta tornato a casa. C'è qui un Dio a cui rivolgersi con il "tu", un dio umano, che si fa natura. È un dissidio che trova pace in ciò che spera di ottenere, tra riflessione e turbamento. La ricerca di Dio coesiste con lo smarrimento nella donna, che è ricerca celeste e idea di Dio che si fa terrestre. Non è un gruppo di poesie religiose in senso stretto, il lettore non troverà versi di apologia o pseudo-conversione. Il cerchio si chiude attorno all'«idea che io ho di Dio» naturale, umana; Salvatore Toma, grazie all'amore per il dio "libero e gioioso", ha conosciuto un dio umano, cui si affida.