“Avevamo la benedizione dei nostri genitori. L’unica lezione che avevano da darci, quasi un indottrinamento, era: tutto andrà nel verso giusto. “
Pierpaolo Tammaro vive in un ambiente protetto: la sua è una famiglia benestante della periferia napoletana. Case come fortini, nei piani alti dove non arriva l’odore delle discariche, spazi privilegiati. Il padre, piccolo imprenditore edile, garantisce sostegno, qualche lusso alla moglie, una bella macchina, e gli studi di medicina al figlio. Un lavoro fatto di tante telefonate, qualche soprannome, favori sussurrati: il padre ha fatto carte false, stretto mani non troppo pulite, e una mattina viene arrestato e trascorre lunghi mesi ai domiciliari.
Inizia per la famiglia un tempo sospeso, nel quale non manca la tenerezza dei momenti con la moglie, le lezioni di tango, le attenzioni per il figlio. Lui crescerà come conviene, anzi come si conviene: deve godersi la vita, i suoi genitori hanno fatto in modo che lo potesse fare, pagandone il prezzo, e adesso per lui c’è davanti il progetto dell’America, dove studiare. Pierpaolo sarà medico. Tutto è tracciato, stabilito.
Pierpà è schivo e silenzioso, con pochi amici se non il generoso e un po’ fanfarone Angelo: vive lo studio come disciplina, insieme alla corsa, a sudare e macinare chilometri fino allo stradone.
Quando esce con Valeria, Pierpaolo è indifferente, non conosce l’impulso dei suoi coetanei, non sente sue le spacconate dei racconti, vive l’uscita e le prime impacciate carezze come un dovere, e una fatica.
Sarà l’ingresso di un nuovo amico nella sua vita a rivelargli una possibilità e la scoperta ingenua e inesperta del desiderio, e della sua finora taciuta identità.
“Sapevo riconoscere la seduzione – guardare per essere guardato –, il tocco ripetuto di certe occhiate, l’insistenza irragionevole che mi spingeva a rompere ogni prossemica”.
Con il senso di un risarcimento da chiedere al destino, di un tempo perso da recuperare, Pierpaolo inizia una ricerca quasi ossessiva del sesso, prima sotto forma di sguardi, di vicinanze che scatenano i sensi, poi di rapporti brevi e osceni che lo lasciano svuotato. Ci sono le app che disegnano una mappa di possibilità, per intercettare un incontro vicino, algoritmi al posto della pelle, ci sono momenti che durano un attimo e lasciano addosso lo sporco e il senso dell’inutilità.
Vulnerabile, esposto a qualsiasi occasione, Pierpaolo si fa guidare da un desiderio acerbo e va a caccia, di sguardi e di mani, per quelle strade di Napoli che improvvisamente gli si svelano diverse.
“Alzai lo sguardo e quasi non riconobbi il panorama di tetti, verande e antenne, ammantato dalla luce del sole di un colore suadente, un rosa salmone. Era sempre stato così? O ero io che andavo allestendo una nuova scenografia per i giorni a venire? “
Pierpaolo esplora la città, nella costruzione di una realtà alternativa, che coinvolge vicoli, panchine, piazze, e diventa una caccia al tesoro di possibili avventure. La sua è un’iniziazione impaziente che non viene mai soddisfatta perché è frutto di un desiderio disperso e dissipato nella velocità del tormento, della ricerca del primo che passa, del brivido di un attimo.
Solo crescendo, aprendosi al mondo, alla socialità, abbandonando il giudizio rigido che vede in tutto quello che è diverso dalla sua famiglia e della sua casa qualcosa di non rispettabile, Pierpaolo impara la lezione più importante della sua perdita dell’innocenza: quella dell’intimità.
Accettando che anche l’eros è fatica, costruzione, e adattamento, come ogni esperienza umana di relazione, Pierpaolo inizia il suo percorso di maturazione sessuale e emotiva. Imparando che anche l’amore è un lento disciplinarsi, che va di pari passo all’accettazione insieme dell’imprevedibilità e l’imperfezione del desiderio.
Il primo che passa è il primo romanzo di Gianluca Nativo che esordisce con una storia di formazione di grande empatia e autenticità, rifuggendo da ogni cliché del genere e dagli stereotipi della rappresentazione di una Napoli spaccata tra degrado e nobiltà. La sua “Napoli delle periferie” è fatta di scorci da scoprire, paralleli a quelli dell’animo, contrasti di magia e di squallore, chiari scuri e contraddizioni che vengono fatti emergere da una scrittura di grazia ricercata, lontana dal colloquiale, che recupera registri classici degni di uno scrittore consumato.
“Eravamo in uno dei tanti angoli disegnati da alte mura di tufo. Per un attimo ci sembrò di essere gli unici abitanti di una città antica, babilonese. E questa sensazione si propagò lungo la strada del ritorno, tra gli autobus infuocati, i motorini pronti a scattare al verde, i ragazzini che tiravano cannonate tra le auto parcheggiate in uno slargo, sull’intricata massa di case, balconi, antenne e campanili di un’intera città che aveva ben altro a cui pensare che a noi due.”
Recensione di Stefania C.