15/07/2008
Di vincenzo.figlioli
4 stelle su 5
Ci sono libri che si scoprono quasi per caso, come se fossero lì ad aspettarti, ben sapendo che una volta avvicinati, difficilmente avresti potuto resistere alla tentazione di leggerli. Cosa che mi è puntualmente capitata con "Il peggiore di tutti" (ed.Fernandel) di Gilles Ascaride.
Siamo nella Francia contemporanea, e Bianco é un professore in pensione un po' inetto (alla Zeno Cosini, per intenderci) che comincia a ricevere una serie di lettere e telefonate minatorie, finchè sul muro davanti casa non trova un'inquietante scritta in ungherese. Dai ricordi della sua infanzia, riemerge un compagno di classe, Jean Petofì, vittima designata della violenza fisica e psicologica dei più prepotenti, che mal sopportando la sua educazione e la sua passione per le lettere, lo tartassano costantemente con le loro umilianti angherie. Bianco, comincia a credere - supportato da una serie di inquietanti coincidenze - che possa essere proprio Petofì a volerlo morto a distanza di anni, nel ricordo dell'ultima volta in cui, rivolgendogli la parola, lo accusò di essere "il peggiore di tutti".
Nel soffermarsi sul fenomeno del bullismo scolastico, il sociologo Ascaride mette in realtà sotto accusa l'indifferenza generale rispetto alle ingiustizie e la terribile storia di Petofì diventa la metafora di una società timorosa verso i prepotenti e poco solidale verso i più deboli. Non per niente, "il peggiore di tutti" non è il violento vessatore del ragazzino ungherese, nè il suo sadico torturatore psicologico. Ma il compagno di banco vigliacco incapace di prendere le distanze dal branco.
Un romanzo che diventa quindi una sorta di operetta morale in cui la profondità dei pensieri forti lanciati dall'autore con un ritmo incalzante, viene a tratti rallentata da alcuni passaggi un po' forzati (dai dialoghi onirici con Dylan Dog alla corrispondenza con una veggente) che non convincono pienamente. In questo, probabilmente, è plausibile pensare che Ascaride abbia lavorato meglio da intellettuale