“Quando apre la porta sa che cosa deve fare, sale le scale fino al piano superiore, senza accendere le luci cammina fino alla camera da letto, resta in piedi di fronte al letto sfat¬to, la luce della luna che entra dalla finestra, che rallenta i suoi movimenti mentre alza il cuscino, prende la camicia da notte e la tiene stretta nel pugno, forte, finché le nocche non iniziano a fargli male”.
Ettore cresce da solo il figlio Pietro: la moglie non c’è più, è un ricordo, un fantasma, una voce che non gli arriva. Di lei è rimasta una camicia da notte, che lui le ha regalato tempo fa, e pensieri che si alternano nostalgici e rabbiosi, come in ogni elaborazione di un distacco doloroso.
Nella terra di Fabbrico, dove la foschia cancella l’orizzonte, le solite strade e le solite case accompagnano la vita di Ettore e Pietro negli anni, con i rumori dell’officina e i sapori della colazione insieme.
La pianura e i campi si allungano oltre il giardino, insieme agli odori degli animali, i maiali e i cani, e di tanto in tanto le visite ai nonni materni, Ester e Livio, mantengono il senso di una famiglia, con la tavola preparata bene e i giochi per Pietro.
C’è sempre, nel profondo, il senso di un vuoto, del marito verso l’immagine della moglie, imbronciata, bella, profumata, del figlio verso il sorriso di una donna in foto, che gli dicono essere sua madre, col vestito a fiori e gli occhi uguali ai suoi, dei due anziani genitori verso una figlia che se n’è andata, lasciando dietro di sé una scia di parole affannate.
“Ettore non sa cosa dire, pensa alla madre di Pietro, a quello che vorrebbe essere capace di raccontare a suo figlio, a quelle notti in cui l’ascoltava cantare sempre la stessa canzone per farlo addormentare, tentare goffi voli d’azione o di parola, volando come vola il tacchino”.
Pietro diventa adolescente, poi adulto, poi padre anche lui, continuando nelle fasi della sua vita a cercare nella distesa di terra piatta di Fabbrico, così come nella confusione sporca della città, tracce di una donna che possa essere capace di coccolarlo, di farlo sentire ancora figlio.
È una storia di cose non dette, quella di Roberto Camurri, di sentimenti che rimangono taciuti e sono fatti solo di silenzi e di sguardi: guardando fuori dal finestrino, mentre l’auto percorre le strade, andandosene da Fabbrico e poi facendo ritorno, su sentieri di un ricordo che vaga ossessivamente tra le case e l’orizzonte, tra i campi e le insegne dei negozi, tra le siepi e i cantieri, tutto gli è consueto tranne la presenza di sua madre.
“Scopre che non se n’è mai andato veramente, che quel¬la terra, quella pianura, quei colori, quel cielo pallido e quell’umidità che ricopre i campi saranno sempre casa sua”.
Dopo il successo di A misura d’uomo, Roberto Camurri riporta a Fabbrico, il suo paese, triste e magnifico, una storia di sofferta intimità che mette al centro la mancanza facendola protagonista insolita e silenziosa. È una storia di paternità che si specchiano una nell’altra, quella di Ettore e di Pietro, di amicizie che crescono insieme al bar di Bice, di maternità dove accettazione e insicurezza si toccano: sono personaggi di umanità sincera, senza ipocrisie, che vanno avanti tra sentimenti e dimenticanze.
In una prosa che ricrea l’emozione dei colori della campagna e dei suoi profumi, indulgendo nella lirica e nel ritratto dei luoghi del cuore, dove è lo sguardo a vagare e a narrare, Camurri definisce una poetica dell’origine, dove l’effigie della madre e quella della propria terra si fondono insieme in un abbraccio istintivo.
Recensione di Francesca Cingoli