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Dedicato a “A tutti coloro che migrano”, e ispirato dalla Fernanda Pivano di Poesia degli ultimi americani, il libro di Arianna Farinelli è una storia di rotte che confluiscono nella terra promessa, l’America delle grandi speranze. Sono percorsi senza ritorno, ma anche senza un vero approdo. Perché la migrazione è una condizione di vita, che incontra muri, e consacra alla estraneità.
Si racconta per ricevere la comprensione altrui, e i tre personaggi di Arianna Farinelli si alternano, voci diverse per un destino simile: Alma, Lola, Lo scrittore si incontrano nel 2017 a New York, in una serata di storytelling, e le loro esistenze si intrecciano in un triangolo sentimentale che lega per sempre.
Sempre stranieri, loro, ognuno con il suo trascorso: Lo scrittore, rifugiato politico, cresciuto in una hacienda in Colombia, Lola, la figlia della sua governante, immigrata clandestina, sua compagna da sempre, fin da bambina, una vita in sincronia, e Alma, italiana con un passato pieno di ferite.
In una New York alienata dal lockdown, dove la solitudine della grande metropoli si eleva a condizione universale di separazione, si traccia il racconto di un viaggio al contrario, indietro nelle proprie rotte, a definire un ritratto duro di un’America Oggi in cui la storia di tre persone diventa la storia di un intero paese, e abbraccia la politica, la cultura, la società.
“Col tempo le parole si ossidano, i personaggi cominciano a scomporsi, la trama cede e si sfalda. Le storie
non raccontate, invece, rimangono intatte e spietate come fossero appena accadute.”
Arianna Farinelli si interroga sul senso del migrare, che è il senso del vivere stesso, dove l’urgenza è quella di dare un significato ai propri gesti, l’ossessione è il bisogno di lasciare tracce. E allora la scrittura serve a Lo scrittore per provare a se stesso che è esistito, che appartiene a un luogo, quello in cui si muore. Quello in cui le radici rimangono, per il corpo dei vivi.
Tutto il resto è senza senso perché non si sfugge alla morte, e la vita è un perenne affannarsi, come quello degli uccelli che resistono nel loro volo, per arrivare in un'altra terra. La vita non ha significato dunque, oppure lo acquista se la si vede con gli occhi degli altri. E allora, si vive per raccontarla. Lo scrittore appare come una visione in bianco e nero, come una vecchia pellicola, nei panni del cavaliere Antonius Block che gioca a scacchi con la morte, e malinconico parla dei cuvivíes, protagonisti di un migrare continuo, per migliaia di chilometri, alla fine del quale cercano la morte.
“I cuvivíes non si uccidono in preda al rimorso o alla disperazione. Sono solo stanchi di vivere, e quando arrivano in prossimità del lago cantano per l’ultima volta e vanno a morire.
Gli uccelli lo sanno bene. A differenza degli uomini non hanno un pregiudizio positivo sulla vita. Non pensano che domani sia per forza migliore. Se il domani non è migliore, allora tanto vale morire oggi.”
Per Alma, Lola, e Lo scrittore la fine del migrare è una terra di solitudine: non ci sono amici a New York, la città dove non si invecchia perché non si riesce a stare a lungo, mai approdo, sempre punto di partenza. La gente arriva, la ama, o la odia, e poi si trasferisce altrove: a New York niente dura, tutto si consuma. Si viaggia, si scappa, ci si affanna, di paese in paese, la Colombia come l’America, la Colombia è l’altra America, perché le disuguaglianze e le violenze son simili. Di guerriglieri e paramilitari da una parte, dei corpi speciali Boriac incaricati di scovare i clandestini dall’altra.
E non basta gridare Anch’io sono l’America: come i cuvivíes ci si afferma nella morte. E allora la riflessione coinvolge anche Silvia Plath, Virginia Woof, Vladimir Majakovskij, Charles Bukowski: sono coinvolgimenti colti ma non pedanti, che toccano le corde più profonde alla ricerca di una motivazione, che forse si può trovare solo nella consapevolezza di essere mortali.
È una Spoon River moderna, il cui senso viene colto da tutti e tre i protagonisti, ognuno con la propria storia da raccontare, con tutte le omissioni del dolore, che consumano dentro: attorno alla figura magnetica de Lo scrittore, l’ultimo degli americani, sedotto dalla morte, le voci di Lola e Alma alternano ricordi a riflessioni sulle proprie esistenze, così intrecciate dall’amore e dalla rassegnazione.
Vite di prima, vite di adesso, in un’America trumpiana respingente, vite che da quel Paese, “l’altro”, a questo Paese, che fa sentire “gli altri”, dove forse non si è nemmeno mai arrivati, continuano a contravvenire la regola della dimenticanza, come salvezza da un pregiudizio positivo del vivere, che non serve a niente.
E allora, scrive Arianna Farinelli in questo feroce e intenso Gli ultimi americani, si resta inquieti, pieni di domande, confusi su cosa sia e dove sia la nostra casa, la nostra appartenenza, in viaggio perenne per conoscere il significato della nostra vita, consapevoli che potrebbe non averne.
“Voi entrate nella stanza – vale a dire nascete;
e poi dovete vivere – rodervi l’anima.
Aha! scriveva Lee Masters.”


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