"Giudizio sull'occidente" di Rabíndranáth Tagore, scritto nel 1925, è in primo luogo un eccellente documento della renaissance della cultura tradizionale asiatica (in questo caso indiana, ma storicamente estesasi fino al Giappone) a fronte della sfida mortale rappresentata dal colonialismo occidentale in Asia, dapprima olandese e - con un ruolo sempre più egemone a partire dal XVIII secolo - britannico. L'autore vi coglie appieno, anche grazie alla propria personale militanza all'interno di quel movimento di liberazione nazionale che, attraverso le stagioni di R. Chandra bose e del Mahâtmâ Gandhi, condurrà nel 1947 l'India all'indipendenza, le caratteristiche che rendono la dominazione anglosassone tanto pericolosa per la sussistenza stessa della cultura e della spiritualità tradizionale hindû: caratteristiche che attraverso lo sfruttamento economico e l'abuso della tecnica, vengono colte nella loro specifica e solo apparentemente paradossale natura idolatra, e quindi prettamente e parodisticamente "religiosa".