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A sedici anni, Nefer è una ragazzina abituata a coltivare le sue fantasie, il sogno acerbo di felicità: lei ama il giovane e carismatico Negro, che è affascinante e spavaldo, con la sua cintura che brilla di monete. Ma il Negro non la guarda affatto, nemmeno quando, per il matrimonio della sorella, Nefer indossa l’abito che si è cucita con tanta cura, per lui, con la stoffa a fiori. Attira invece le attenzioni di Nicolás, che puzza di vino, e trasforma quella notte di festa in brutalità.
“Cos'è il giorno, cos'è il mondo quando tutto ti trema dentro? Il cielo si fa scuro, le case crescono, si uniscono, vacillano, le voci salgono, aumentano, sono una sola voce. Basta! Chi urla così? L'anima è nera, l'anima come la campagna con il temporale, senza una luce, silenziosa come un morto sottoterra”.
Nefer si ritrova con un segreto che le cresce dentro, per il quale alterna sentimenti continuamente diversi: con l’affetto di una bambina che si sente così meno sola, grazie a un amico segreto il cui pensiero intenerisce, con il terrore di qualcosa di orribile al quale non sa trovare soluzione, coltivando la speranza che una cavalcata, la stanchezza, un sonno profondo la faccia ritrovare senza niente, come prima. Nefer si ritrova sola e sopraffatta, come se avesse del fango nelle vene.
Gennaio è una bella riscoperta, opera prima di Sara Galardo pubblicata nel 1958 e così matura per una scrittrice allora ventisettenne.
Sullo sfondo c’è la pampa argentina, selvaggia e violenta, abbagliante di luce e cupa di polvere, dove gli spazi sono infiniti come la distesa muta di stelle, indifferente al peso insopportabile che angoscia Nefer. Gennaio è un romanzo di grande solitudine e di tragici silenzi, dove la notte è la dimensione in cui uscire dalla luce opprimente che condanna e ritagliarsi un angolo del cuore, nel quale solo la natura è protagonista: nel caldo che toglie il fiato, è il cane Capitán ad ascoltare le confessioni di Nefer, e il suo cavallo a condividere la smania e il bisogno di sfiancarsi.
“Prima di entrare, gira la testa e guarda l'orizzonte, la lucina immobile di Santa Rosa dove il Negro starà finendo di mangiare. Più a ovest, il bosco della tenuta dorme come una grande nave oscura, protettore dei boschetti delle cascine, che una dopo l'altra spengono le luci e si fondono via via con la pianura”.
Vittima del tempo, Nefer vive un tormento penoso, che prega al miracolo, teme la confessione, guarda alla leggerezza delle coetanee con invidia e risentimento, e la porta a bussare porte clandestine e ufficiali, per chiedere un rimedio, mentre il suo corpo invece che crescere si rimpicciolisce deperendo e facendosi sottile. Cerca di sparire, la piccola Nefer, senza futuro, in una società contadina dove è il signore a decidere la sorte di ognuno.
Un romanzo da ritrovare, che parla di abusi e povertà, di un mondo rurale dove la voce delle donne non si sente, e può solo rimanere voce della coscienza, monologo interiore. Nefer è la vittima di un mondo patriarcale, dove la violenza è tollerata e normale, e dove la giovinezza di una ragazza viene rubata, per farne una donna come tante, rassegnata e senza diritti, nemmeno sul proprio corpo.
Sara Gallardo lo ha scritto con una semplicità che ferisce con il suo minimalismo, e con una capacità di immedesimazione straziante, che fa spazio a pagine di immensa poesia.
“Meglio... Meglio, meglio, che lo sappiano, che lo sappiano, che incassino il colpo, che si vergognino, che incassino il colpo, che muoiano, che muoiano, che muoiano.”


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