06/02/2009
Di smagald
2 stelle su 5
La cornice in cui si svolge Fuoco amico a prima vista mi sembrava interessante e inoltre avevo già letto con un certo piacere altri romanzi di Yehoshua.
Una vicenda che si svolge interamente nella settimana di Hanukkah e che si articola in otto capitoli, quante sono le candele che si accendono durante la festa più amata in Israele e nelle comunità ebraiche. Un duetto tra sessantenni: Amotz Yaari, progettista d’ascensori, che resta a Tel Aviv e l’amatissima moglie Daniela, insegnante, che parte per la Tanzania nell’intento di ritrovare qualcosa della sorella morta. L’accoglienza del cognato, in Africa per una spedizione di paleoantropologia, non si rivela delle più affettuose per la donna. E qui l’autore ci rivela forse il vero motivo che lo spinge a scrivere una storia per altri versi tanto lunga e noiosa. È il perenne conflitto arabo-israeliano, è l’essenza stessa di Israele che viene messa in questione attraverso la sofferenza del cognato di Daniela, privato del figlio, caduto per errore sotto il fuoco dei suoi stessi commilitoni, “fuoco amico”, appunto.
Nel rifiuto di Yirmiyahu, vedovo della sorella di Daniela, di non fare più ritorno in Israele o addirittura di continuare a sentirne parlare, non c’è solo il dolore per la morte del figlio o l’amarezza per un conflitto che sembra non aver mai fine, perché è la stessa fonte da cui Israele trae alimento ad essere riguardata con sospetto. Una rilettura attenta di alcuni passi della Scrittura rivela infatti altri punti di vista, altri possibili significati.
Peccato soltanto che la strategia narrativa non sia quasi mai all’altezza di un tema così drammatico e inquietante. L’idea stessa di alternare nei capitoli (o accensioni di candele nei bracci della Menorah), le vicende dei due protagonisti, marito e moglie, non si rivela felice e in luogo di evitare di appesantire la narrazione finisce col renderla sovrabbondante e persino ossessiva. Anche perché i fatti narrati non si discostano dalla banalità del quotidiano