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“Prima che entrassi nell'orbita di Warhol, pensavo di essere felice.
Oggi so che non è la stessa cosa che essere felice.”
Duravano un anno, le Factory girls, prima di andare in frantumi.
Arrivavano a New York con l’illusione e l’ossessione della libertà, dell’emancipazione, dell’arte e della creatività. Scappavano da famiglie spesso benestanti, talvolta ricchissime, ma soffocanti, che le destinavano dalla nascita a un ruolo di socialite, allevate per fare un buon matrimonio. Erano belle, giovani, eleganti e piene di quella freschezza e charme che garantiva presto attenzione e successo.
Approdavano alla Factory di Andy Warhol abbagliate dalle possibilità elettrizzanti della controcultura, della trasgressione artistica: ambiziose, col sogno di diventare anche loro poetesse, attrici, modelle.
Warhol le accoglieva, nutriva i loro sogni, le portava alle feste, con loro si assicurava il glam che gli serviva per entrare nella società e finire sui giornali. Erano le sue facce da copertina, la patina scintillante e avvenente che lo rendeva socialmente accettabile e commercialmente desiderabile.
In Warhol loro trovavano il padre non convenzionale e bacchettone, quello che non avevano avuto, che non le colpevolizzava, anzi ne esaltava la personalità, tanto più se eccentrica. Si sono trovate inghiottite nel ventre metallico di un genio, demiurgo di un’irrealtà colorata, che le ha usate e poi dimenticate.
Perché quando Warhol si stufava di loro – il tempo di una stagione – non c’erano più spazi e iniziava l’inferno.
Le Factory girls sono finite male, ragazze sacrificate nella gabbia di un padre padrone pallido e bizzarro che se ne nutriva per sostentare il proprio narcisismo, la sua ossessione di celluloide, e il suo desiderio di pubblico riconoscimento.
“Dunque, fate con me questo giro nel labirinto del minotauro, andiamo a cercare le altre vittime del mostro. Perché Edie non è stata la prima, non era la sola, non è l'ultima. Datemi la vostra attenzione, prima di inorridire e odiarmi, quasi quanto io inorridisco e odio me stessa.”
Factory Girl di Nadia Busato racconta l’altra faccia del tempio di Warhol, attraverso il punto di vista delle donne che lo hanno frequentato e amato.
Erano loro in effetti ad animare la Factory, a renderla appetibile ai giornali e alla società che contava e soprattutto spendeva.
Nadia Busato ha scritto un libro non facile, documentando il volto poco noto del genio: partendo dall’intervista a John Giorno, ex compagno di Andy Warhol, ripercorre l’epoca d’oro dell’artista facendo luce sul suo lato più oscuro e raccontando la vita tormentata delle sue muse.
Lo fa attraverso la voce di una di loro, Isabelle Collin Dufresne, in arte Ultra Violet, una che è sopravvissuta. Le altre no: trattate come figurine di un album patinato e poi buttate via, hanno bruciato la loro giovinezza in una fiammata, tra abusi di alcol, droghe, ricoveri in istituti psichiatrici, elettroshock, suicidi. Queste ragazze, giovani, magre, ribelli e spudorate si sono ritrovate condannate a una deriva terribile. Tra tutte Edie Sedgwick, la più bella, la più fragile, la più amata, il doppio androgino di Andy Warhol. Era lei la superstar di New York, l’ereditiera icona di stile, il mix di avvenenza e fragilità, la vittima più famosa.
Attraverso Ultra Violet, la Busato restituisce loro una storia, con un racconto che fa uscire dall’ombra i loro nomi e le loro vicende, mentre immerge il lettore nel vortice psichedelico e tossico della vita al 231 East 47th Street di New York, quartier generale della Factory.
Così, mentre si tracciano i confini di una rivoluzione artistica che ha segnato il mondo con la sua trasgressione, si delinea il tomento di donne che anche in un contesto così libero, non avevano una loro voce.
“Se sto scrivendo questo libro, oggi, è proprio perché ho bisogno di evadere dal posto in cui l'artista Warhol ci ha "plasmate" e voglio uscirne insieme alle mie compagne di viaggio come delle persone e non più come oggetti creati per essere ammirati, danneggiati, distrutti, dimenticati.”
È il seme di una contestazione che inizia a germogliare: consapevoli di sé, sessualmente libere, moralmente disubbidienti, queste ragazze non accettavano di essere solo mogli – come la protagonista di Non sarò mai la brava moglie di nessuno. Si sono distrutte nella ricerca di una loro forza. Abituate a stare indietro, imbottite di anfetamine anche nella buona società, perché le droghe erano prescritte dal medico per stare in forma e essere sempre di buon umore. Era un terremoto che inizia a far tremare la terra, il loro. Alla fine degli anni Sessanta le donne iniziavano ad alzare i toni, con Ti-Grace Atkinson, colonna portante del femminismo americano del secondo Novecento.
Trovandosi relegate ai margini, anche nel tempio della libertà, alcune di queste donne esplodono, come Valerie Solanas, che attentò alla vita di Warhol.
“Edie danzava accarezzando il disagio psichico per ammansirlo, lasciandolo appena intravedere oltre la sua grazia e l'aspetto scintillante”.
Edie Sedgwick, la ragazza immagine di quegli anni, l’icona da rotocalco coi capelli cortissimi, le gambe lunghe e gli orecchini giganti, quella che più creò scandalo e lustro alla Factory, morì suicida nel novembre 1971, troppo debole per sopravvivere alla prigione argentata e spaventosa di Warhol, e all’amore del suo creatore che si era trasformato in carceriere indifferente e vendicativo.
La sua storia, e il mistero del suo ultimo controverso set, fanno da filo conduttore per il lavoro di ricerca e di narrazione di Nadia Busato, che ha raccolto una quantità smisurata di documentazione di quegli anni,
e restituisce l’atmosfera caotica e chiassosa di quel pezzo di storia, insieme all’incantesimo nero di un personaggio immortale, capace di manipolare la cultura e le persone. Factory Girl è un romanzo esplosivo che percorre la storia con un registro sofferto e insieme orgoglioso e appassionato, e rende omaggio e dignità alle warholettes, debuttanti mancate, brave mogli di nessuno, ragazze interrotte, ma soprattutto voci messe a tacere.
“Vivere con Andy mi ha insegnato a non preoccuparmi troppo di cosa è vero e cosa non lo è, di qual è la versione più attendibile dei fatti; e nemmeno a interessarmi troppo all'integrità e alla sopravvivenza delle cose. Ed è proprio con questo vuoto che, a un certo punto, ho dovuto fare i conti, perché non puoi spogliare ogni cosa umana di senso e poi avanzare ancora qualche pretesa sulla vita.”


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