Fin dall’inizio della sua lunga carriera Burtynsky si è sempre confrontato con la natura in trasformazione, e in particolare con l’effetto del “progresso” umano sul paesaggio. Quando da giovane arriva per la prima volta a Toronto Burtynsky rimane così colpito dai possenti grattacieli della city che gli viene subito in mente che quegli enormi solidi, per essere prodotti, dovevano in qualche modo corrispondere a dei buchi di pari dimensione sparsi in
chissà quale parte del mondo. Questa visione ha condotto l’artista attraverso i cinque continenti, alla ricerca dell’origine delle cose. Il suo obiettivo si è quindi focalizzato sui grandi giacimenti di minerali, sulle raffinerie di petrolio, sui cantieri di riciclaggio, sulle
miniere sterili e sulle cave di estrazione, tutti luoghi al di fuori della nostra normale esperienza, ma i cui frutti popolano la nostra quotidianità.
“Queste mie immagini credo funzionino come specchio riflettente del nostro tempo - dice lo stesso fotografo - sono intese come metafore del dilemma della nostra esistenza moderna, esistenza segnata da un dialogo tra attrazione e repulsione, tra seduzione e paura. Siamo umanamente sempre tesi allo sviluppo, alla possibilità di vivere meglio, eppure siamo anche più o meno consapevoli che per il nostro sviluppo stiamo danneggiando il pianeta. La terra fornisce beni e combustibili per il consumo quotidiano e allo stesso tempo questo sfruttamento la pone in una posizione di pericolo”.
La sua fotografia mostra in modo sorprendente e poetico il rapporto tra l’uomo e la terra, legati tra loro a doppio filo perché nessuno dei due esisterebbe senza l’altro. Rifuggendo le comuni semplificazioni, Burtynsky ci propone delle visioni che illuminano l’origine di quei beni materiali a servizio della piena realizzazione dell’uomo, ma ci mostra parimenti un degrado causato dal desiderio dell’uomo quando è asservito alle potenze dello sfruttamento e della distruzione.