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Il libro fotografico Distantanee nasce da un’esigenza, faremmo meglio a dire da un’impellenza.
Dal bisogno di condividere qualcosa che non siamo ancora in grado di capire, ma che ci ha colpiti tutti e sta modificando di mese in mese le nostre vite, le nostre certezze e i nostri valori. È un racconto fotografico di un tempo fluido, sospeso, che ha mutato per sempre il concetto stesso di ‘impossibile’. Per fissare questi momenti, per renderli in qualche modo ‘altro da noi’ abbiamo sentito l’esigenza di guardare da lontano che cosa ci stava succedendo davvero.
Perché la raccolta di queste immagini è potenza e ricordo, ma anche monito e strumento. Il racconto del tempo sospeso prende forma nelle immagini distanziate della fotografa milanese Gaia Menchicchi, che ha colto con il bianco e nero la non-realtà che stiamo vivendo.Le parole che accompagnano questo libro sono sensazioni, letture, pensieri, idee della giornalista Anna Prandoni, che ha accompagnato da lontano l’autrice nei momenti degli scatti, e ha colto le sue sensazioni, mutuandole con quelle che viveva personalmente nelle stesse situazioni.
Il filo rosso che ha unito queste due distanze, digitalmente, ha creato un itinerario ideale nel tempo sospeso, vissuto distante, ma percepito comune.
Nasce così DISTANTANEE, il racconto che narra con iper-realismo il tempo sospeso del Covid 19. Prende forma per raccontare questi giorni, per descrivere il cambiamento avvenuto nella nostra vita, modificata nei suoi gesti quotidiani. È un modo per vedere come ci ha trasfigurati, trasformandoci in chi non siamo mai stati. Non solo dunque una descrizione fotografica e narrativa dello spazio che narra con i suoi vuoti la nostra realtà, ma i pensieri di uomini, donne, giovani e anziani, con le loro file ai supermercati e le loro mascherine. Distantanee perché queste immagini e queste sensazioni sono nate dalla distanza, ma sono state colte nell’attimo del tempo dilatato. Foto tutte in bianco e nero, che forzano la sensazione di sospensione in cui tutti siamo stati costretti a vivere, foto di persone sole in mezzo a piazze assurdamente piene del loro senso di assenza e mancanza. Cancelli chiusi e con lucchetti, per luoghi nati per essere aperti e sociali. L’inquietudine di gesti, visi e corpi fermata da uno scatto in un istante che pare dilatarsi all’infinito, come questo assurdo periodo di forzato isolamento che abbiamo (non) vissuto.


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