L'11 febbraio 1857 Melville s'imbarca al Pireo su un vapore francese in partenza per la Sicilia, il Cydnus. Comincia, dopo il byroniano pilgrimage in Palestina, quel viaggio in Italia così a lungo desiderato e rimandato per anni che ha Roma come meta principale. Percorrerà l'Italia degli antichi Stati da sud a nord, da Messina a Napoli, a Roma, a Firenze, a Bologna, risalendo ancora in un eccentrico andirivieni fino ad approdare sulla sponda svizzera del lago Maggiore. Viaggia in piroscafo, in diligenza e in treno, portando con sé un leggerissimo bagaglio - una modesta carpet-bag - proprio come un semplice viaggiatore di commercio. Raggiunta ognuna delle città d'arte previste dal suo itinerario, siano soste di poche ore, o permanenze di qualche giorno o settimana, Melville girovaga inesausto dall'alba al tramonto per strade, piazze, chiese e musei. Libero e indipendente come uno dei marinai dei suoi racconti, raramente lo troviamo in compagnia di altri americani, qualche volta sceglie di seguire giovani guide locali, volenterose, stravaganti o forse equivoche, ma è più spesso da solo. In albergo, alla sera, o all'alba prima di partire per la prossima meta, ricorda frettolosamente in rapide note - quasi scarabocchi, per la futura disperazione degli editori dei suoi Notebooks - i percorsi erratici e i nomi dei luoghi visitati, troncando con cursori etc. etc. l'elenco sommario delle opere d'arte osservate o, meglio, incontrate e riconosciute nella faticosa giornata. Perché, molto spesso, statue e quadri, che Melville sembra osservare per la prima volta nei musei e nelle chiese italiane, gli sono familiari per averne visto calchi in gesso o stampe a Boston o a New York. Perché, talvolta, aveva ricordato nei suoi romanzi e racconti quelle antiche statue e quegli antichi quadri per paragonarli ai suoi personaggi d'invenzione, o per meglio definire i luoghi delle loro avventure o suggerirne l'atmosfera. Nei musei, nei palazzi e nelle chiese, Melville può ritrovarsi finalmente faccia a faccia con la materializzazione del 'secondo termine' dei suoi paragoni letterari: l'Apollo del Belvedere a Roma e la Venere de' Medici a Firenze che aveva paragonato ai polinesiani Marnoo e Fayaway di Typee, il Perseo di Cellini, ancora a Firenze, al capitano Ahab in Moby Dick, un immaginario particolare di una scena di naufragio di Salvator Rosa usato per descrivere in Redburn l'aspetto di Jackson, il marinaio malvagio, etc. etc.