La viza, la selva sul cui limitare Uliana si è perso e ritrovato, è la selva del Cansiglio, ma, come in Dante, è anche la selva della lingua, l'ytala silva dei volgari dove il poeta va ostinatamente in caccia della lingua della poesia. Ma la selva è anche una donna, una tosa salvàrega, una donna innamorata, forse la stessa che Dante incontra nella «divina foresta spessa e viva» del Paradiso terrestre (è Uliana stesso a ricordarci che «in Cansiglio c'è una fontana detta Parad?ìs?e»). Uliana si perde nella sua lingua-foresta, torna instan cabilmente a percorrerne i trói d?el Mazaról, i sentieri interrotti del pensiero, e a sfogliarne le abbacinanti, mentali radure. Le parole sono «varchi - vartore - nel labirinto del foglio», ma anche buchi e trappole, in cui si inciampa e si rimane impigliati, nell'incessante confondersi di pensieri, parole, alberi, uccelli. In questa raccolta, Uliana si conferma una delle voci più alte e complesse della sua generazione.