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“Sul fondo nero che ci portiamo dentro, c'è spazio per una sola persona.”
La morte del giovane Filippo è uno shock incontenibile per la comunità di Castel Carpino. Filippo era il ragazzo giusto, bello, bravo, talento del nuoto, intelligente, ricco. Non doveva morire lui, di notte, in piscina, è una morte inaccettabile. E la gente infatti non l’accetta, si guarda intorno, affamata di sangue, di colpevoli. Qualcuno lo deve aver spinto, lo deve aver istigato a buttarsi. Magari proprio il suo amico, il compagno fedele, Gabriele, quello sbagliato. Gabriele è sfortunato, inadatto, dislessico, incapace di comunicare con altri che non sia Filippo. Lui, colpevole di essere vivo, viene additato come responsabile. Qualcosa deve sapere, sicuramente nasconde la verità. Il dubbio diventa macigno, l’evidenza viene coperta per renderla credibile, e Gabriele è il criminale verosimile.
Lui, che adesso si trova senza Filippo, con una lingua che non riesce a capire, che non sa gestire perché il suo disturbo dell’apprendimento glielo impedisce, per spiegare al mondo la sua solitudine, il suo dolore. Restare senza chi ti capisce è lo strazio più grande: Filippo e Gabriele avevano trovato un loro codice, quello dell’amicizia, che sapeva tradurre, era fisico, abbracciava e accoglieva, insieme nell’acqua e fuori. Loro due, così diversi, così inspiegabilmente uniti, avevano un loro mondo, che non conosceva giusti e sbagliati, e non aveva vincitori. Era un’amicizia che non cercava logica, ma solo complicità: un luogo di libertà e di espressione, uno spazio di incontro. Erano due mari che si toccavano senza mischiarsi, e in questo modo erano riusciti a salvarsi fino ad allora.
“L’amicizia è questo, una differenza di densità. Ti permette di rimanere te stesso anche quando sei vicino a una corrente impetuosa”.
Restano gli adulti, a guardarsi intorno, a incontrarsi, a puntare il dito alla ricerca di una ratio: gli adulti che non sanno discernere il linguaggio del corpo dell’adolescenza lo interpretano male, lo stigmatizzano, lo inquadrano come inopportuno, pur di incatenarlo a stereotipi di razionalità. Gli adulti parlano con un linguaggio che si comprende, ma con le parole dell’ipocrisia, e della violenza. Perché un responsabile ci deve essere, tra i figli o tra le madri: nella densità del non detto c’è anche il senso di una genitorialità appesantita da dubbi e da rimpianti, resa tossica dalla finzione, resa oppressiva dalle tensioni. Un mare di estraneità che avviluppa le famiglie nel tentativo di distrarre dalle proprie, troppe, rispettive bugie.
“Certe cose non si possono dire”.
Affiorano, nella vicenda di amicizia e tragedia di Filippo e Gabriele, ricordi del passato, storie problematiche, un’incomunicabilità che costruisce continui fraintendimenti, e soprattutto, le tortuose dinamiche di una società di provincia, che partorisce sospetti e calunnie, un ambiente dissestato nelle relazioni e nel terreno. Sono le figure femminili quelle più delineate, madri complesse, soffocate dalla densità dei rispettivi dolori, incapaci di comunicare coi propri figli.
Rileggere l’amicizia attraverso il ricordo per ritrovare se stessi è il lascito più ingombrante, ed è su quello che Raffaele Notaro spinge a riflettere in Densità, che è un libro denso davvero, di emozioni e di sentimenti, vischiosi e difficili: siamo fatti della stessa natura dei nostri ricordi e da lì dobbiamo partire perché è la grande ricchezza che abbiamo, quello che abbiamo fatto e detto, per capire noi stessi e la nostra vita. È in questa integrità che possiamo convivere gli uni accanto agli altri, ognuno coi propri vuoti e le proprie sconfitte, senza la necessità di capirsi a tutti i costi, perché comprendersi è il meccanismo più complesso.
“Credo di aver sbagliato quando ho provato a capire la sua solitudine. Forse sbagliamo tutti quando pensiamo di voler riempire il vuoto di qualcun altro. Forse dovremmo solo stargli accanto.”


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