1961, esce in Francia "Storia della follia" nell'età classica di Michel Foucault. 1963, Jacques Derrida rivolge all'opera critiche affilate. 1972, in occasione della nuova edizione del libro, Foucault replica. 1992, ormai scomparso quest'ultimo, Derrida rivisita l'ambiguo rapporto tra la concezione foucaultiana della follia e la psicoanalisi freudiana. Su queste date si articola il dibattito tra la pionieristica indagine dell'altra faccia della mente - la follia -, svolta dalla "Storia", e i rilievi filosofici mossi da Derrida. Con Cartesio sullo sfondo, in gioco il dovere ma insieme la difficoltà della ragione di misurarsi, arrischiarsi e convalidarsi/invalidarsi con quell'altro da sé che può cercare di capire senza tuttavia poter evadere da se stessa. Un tentativo di dialogo, d'altra parte, quanto mai ineludibile appena ci ricordiamo che la follia non è un'astrazione, ma s'incarna in persone accanto a noi. È necessario riconoscere l'alterità del loro pensiero, senza però estremizzarla in una differenza coi tratti della distanza o, peggio ancora, coi tratti residuali di quelle emarginazioni, espulsioni, segregazioni, relegazioni medicaliste che i matti hanno subìto soprattutto tra il XVII e parte del XIX secolo, l'"età classica" considerata dall'autore. Nel centenario della nascita di Foucault, nato nel 1926 e morto nel 1984, un'occasione per rileggere la sua incisiva visione della "folie" nel confronto più importante che ha avuto.