Cronotopie nasce da una riflessione sul rapporto tra fotografia, tempo e spazio. Fotografando con una polaroid uno spazio anonimo in cui si materializzano piume e palloncini colorati, Marco Barbon s’interroga sull’effimero, puntando il suo obiettivo su “tutto ciò che può svanire ad ogni momento e scomparire chissà dove […] come se il segreto della vita si dissimulasse nel furtivo” (dal testo di Alan Jouffroy).
Il risultato è una serie di 24 istantanee che ritraggono un universo in sospensione, senza gravità, in cui il tempo sembra dilatarsi fino a diventare spazio; immagini che trasportano lo spettatore in un’atmosfera surreale.
Così, non stupisce che sia proprio Alain Jouffroy, poeta surrealista e celebre critico d’arte ad aver riconosciuto il valore del lavoro di Marco Barbon scrivendo il testo in occasione della mostra e presente nel libro.
“Marco Barbon, nelle sue polaroid, volatilizza quasi tutto: il tempo (quello che corre da sempre), lo spazio (pubblico), e persino l’enigma, poiché lo trasforma in evidenza manifesta.
Rimbaud voleva fissare delle vertigini. Marco Barbon fissa domande senza risposta”.
Alain Jouffroy