Dipingere è raccontare. E viceversa. Ombre è il risultato di una bella idea, quella di riunire un gruppo di scrittori per dare voce e narrazione ai quadri di Edward Hopper. Racconto e pittura: un'operazione stuzzicante di creatività e insieme un omaggio carico di emozione. Le tele di Hopper sono fatte di immagini cariche di tensione silenziosa, fissità che respira, che è colta un attimo prima della vita, o della noia totale. Istanti che parlano di solitudine, di sospensione malinconica, di storie lasciate interrotte, immortalate in uno scatto, offerte a chi guarda ed è libero di immaginare. Ognuno dei 13 autori coinvolti in questo progetto ha fatto sua una tela e ne ha costruito un racconto: un lavoro di grande indipendenza e soggettività che restituisce al lettore le voci, i sentimenti, le atmosfere cupe e le possibilità degli animi. Così le pagine di Ombre fanno vivere i personaggi hopperiani, piccole storie di una classe media americana alle prese con il quotidiano. Per lo più le narrazioni che escono dal perimetro delle tele sono racconti di umanità dolente e sconfitta che si muove assorta e incolore nelle tavole calde, in interni silenziosi svelati da finestre aperte sulla notte, nelle sale di cinema fumosi. Ma c'è chi arriva a scomodare anche l'idea di Atlantide, i servizi segreti o gli stilemi del più classico horror. Emerge tra gli altri il racconto di Stephen King, La stanza della musica: breve, feroce, maledettamente bello, uno schiaffo in faccia di un horror domestico che squarcia la normalità, e lascia senza fiato, paralizzati. Ombre è un'antologia che si legge, e si guarda, con il piacere e il gusto dell'immaginazione, un omaggio all'estro, di chi dipinge raccontando e di chi racconta il dipinto, e un regalo al lettore: è Mattino a Cape Cod che, affidato a un quattordicesimo scrittore, poi impossibilitato a partecipare alla raccolta, rimane "libero", a disposizione di chi legge, un invito a narrare, a trasformare in parole la struggente atmosfera di Edward Hopper.
Recensione di Francesca Cingoli