Che la luce sia cio` da cui veniamo, essendo stata data, in primis, la luce stessa, e` uno scenario che ci portiamo dietro come tradizione, fantasticheria o consapevolezza non sradicabili. La luce e` il continuum da cui sgorga l'essere per evolvere verso l'essere, nella chiusura del cerchio cosmico. Ma non sara` inutile ricordarci le declinazioni specifiche, storiche di questo amore-ricordo per la luce, dalle medievali metafisiche di Eckart e del suo allievo Suso, passando per il Dante del Paradiso (nella terza cantica la parola luce ha 79 occorrenze), fino ad arrivare al primato del discorso scientifico, alla crisi della fisica classica e alla definitiva consacrazione della doppia natura, ondulatoria e corpuscolare, della luce. Ecco allora che si rivela, col linguaggio della scienza, ossia di una conoscenza che si vuole oggettiva, quello che si era sempre avvertito, la realta` della luce quale interregno, insieme materiale e immateriale. Ornaghi vi si immerge usando la macchina fotografica come fosse un pennello, spostandola nell'aria, restringendo o dilatando i tempi di posa e narra il suo corpo a corpo con la controllata casualita` del processo creativo. E' cosi` che, dirigendo l'obiettivo di volta in volta verso oggetti, riflessi metallici, fonti e insegne luminose, aprendo l'otturatore e muovendo la camera, lasciando che si impressioni il sensore, va perseguendo l'attesa e la sorpresa. In questa dinamica troviamo compiuto il processo discendente della creazione, quello che dalla materia, ossia i quanti di un'utopia discreta-continua, arriva alla forma, cioe` all'immagine, tramite una sostanza, il supporto tecnico.