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Le Cancellature di Emilio Isgrò hanno sollevato una questione che va oltre il mondo dell’arte e della letteratura: la possibilità della parola umana di sopravvivere in una società dominata dalla comunicazione virtuale. Cancellare non vuol dire distruggere, ma sottolineare le oscillazioni della parola tra essere e non essere, in un continuo mutamento che il mondo globalizzato sembra voler dimenticare.
Anche i libri di poesia di Isgrò si muovono in questa prospettiva. In Quel che resta di Dio sono le stesse zone tematiche a opporsi l’una all’altra, in un processo ininterrotto di cancellazione che travolge il Sud e l’amore, gli alberi e le pietre, la Sicilia e le tigri, la carne e il dopoguerra, Lorenzo il Magnifico e il Papa romano, l’America delle merci e il Mediterraneo degli annegati. Il tutto sostenuto da un linguaggio vario e composito dove i modi alti e solenni si alternano con naturalezza a quelli più bassi e colloquiali, riprendendo tecniche poetiche della cultura europea e italiana, come il sonetto, la terzina e la canzone, che oggi vanno difese dai tentativi di offesa.
Quel che resta di Dio, alla fine, è proprio la possibilità di nominarlo.


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