Piacere e morte: Camp, Kitsch e AIDS racconta come negli anni Ottanta l’arte affronti il contrasto tra edonismo e mortalità, tra consumismo sfrenato e dolore nascosto, trasformando la scena artistica in un laboratorio di estetica, emozione e memoria collettiva.
Un viaggio tra corpo, desiderio, ironia e tragedia, che mostra come l’arte possa rivelare ciò che la società preferirebbe nascondere.
Il decennio si apre tra ironia e kitsch, dove il camp diventa linguaggio estetico capace di trasformare il brutto in strumento di seduzione e contemplazione. Il lusso sfavillante e l’eccesso delle opere di Jeff Koons incarnano un’arte che gioca con l’identità dello spettatore e la gerarchia dei valori, facendo del quotidiano un feticcio estetico e sociale.
Contemporaneamente, la realtà del corpo e del desiderio emerge con forza. Mapplethorpe e Gonzalez-Torres mostrano come la fotografia e le installazioni minimaliste possano trasformare il dolore e la perdita in esperienza condivisa, facendo dello spazio espositivo un luogo di partecipazione emotiva e consapevolezza della mortalità.
Keith Haring e Christian Boltanski traducono il trauma e la memoria in linguaggio visivo universale. Murales, installazioni e “stanze di memoria” rendono l’arte strumento di educazione e riflessione sociale, mostrando che la bellezza e il piacere possono coesistere con la vulnerabilità e la tragedia.
Il percorso tra eccesso estetico e fragilità corporea segna la trasformazione del ruolo dell’artista: da creatore di intrattenimento a mediatore di esperienze emotive e collettive. Il camp e il kitsch, così come li praticano Koons e gli altri autori, diventano strumenti di osservazione critica e riflessione sulla società, sul desiderio e sulla morte.