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L'editoria europea conosce nel corso del Settecento una fase di straordinario fermento: accanto all'estensione del mercato del libro, cresce sempre più l'affermazione della personalità creativa degli autori, e non è un caso che in quegli anni si inizi a riconoscere, almeno in Inghilterra, il diritto d'autore. L'Italia partecipa a questa vivacità intellettuale, ma accanto all'esigenza degli scrittori di affermare la propria identità, si affianca un'altra tendenza, sempre esistita, di segno contrario: la scelta di far circolare le proprie opere in forma anonima. Quali le ragioni dell'anonimato? Il silenzio d'autore è certamente legato a una logica di controllo per i generi su cui pesa il giudizio negativo della censura ecclesiastica. Ma c'è di più: scrivere libri che potevano essere considerati di basso profilo culturale, come molti romanzi o altri libri di larga circolazione, poteva nuocere al buon nome dell'autore. Meglio dunque rifugiarsi nell'anonimato. Un capitolo fondamentale e fin qui poco studiato della storia dell'editoria italiana.
Lodovica Braida insegna Storia della stampa e dell’editoria all'Università degli Studi di Torino. Tra le sue pubblicazioni Il libro. Editoria e pratiche di lettura nel Settecento (a cura di, con S. Tatti, Edizioni di Storia e Letteratura 2016) e Leggere in Europa. Testi, forme, pratiche (secoli XVIII-XXI) (a cura di, con B. Ouvry-Vial, Carocci 2023). Per i nostri tipi è autrice di Libri di lettere. Le raccolte epistolari del Cinquecento tra inquietudini religiose e “buon volgare” (2009) e L'autore assente. L'anonimato nell'editoria italiana del Settecento (2019, traduzione inglese Palgrave 2022).


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