Nabucco, per molto tempo letta come l'opera più apertamente risorgimentale di Giuseppe Verdi, è in realtà un affresco maestoso che sa tenere in parallelo le vicende dei singoli, quelle dei popoli e la sfera dell'ultraterreno. Il contrasto tra Dio di Israele e Baal, divinità pagana rinnegata dallo stesso re Nabucco e presente sotto forma di silenzioso idolo di pietra, agisce sia sul piano dell'intreccio (è il fulmine divino che, punendo la blasfemia di Nabucco apre la via a un percorso di conversione del sovrano) sia sul piano più nascosto dell'animo dei protagonisti. La dialettica tra sentimento e scelta religiosa, disastrosa per Ismaele, salvifica per Fenena, tormentata per Nabucco e irrisolvibile per Abigaille, è uno dei piani di lettura che meglio restituisce la complessità drammatica dei personaggi di quest'opera. Come in altre opere di Verdi infatti (tra tutte Aida, che condivide con Nabucco un respiro maestoso e spettacolare) incontriamo un terzetto di personaggi mossi da una rete di passioni incrociate, ciascuno, a vario titolo, preda di un grande struggimento interiore: Ismaele, traditore di un intero popolo per amore, Fenena, innocente e neo convertita al bene e Abigaille, vessata da un destino di infelicità che le nega persino il riconoscimento della discendenza regale. Attorno a queste tre figure drammaticamente vicine si avvincendano le figure classiche del "potere" (il Gran Sacerdote di Baal e il Pontefice Zaccaria rappresentanti, seppur con accenti diversi, della spietata ragione di Stato). A questa schiera di personaggi però si va ad aggiungere in modo soverchiante Nabucco, immenso nella sua rete di potere, così smisuratamente fuori scala rispetto alle vicende umane da attirare su di sé il segno divino della pazzia (e della conversione). In un gioco di ribaltamenti che vede trionfare un ideale di libertà e di speranza (proiettato sul finale dall'imprescindibile canto corale del Va' Pensiero) non è da disinnescare completamente il meccanismo della tragedia che, fatto salvo il lieto fine per la maggioranza dei personaggi in scena, vede in Abigaille la vittima predestinata, creatura sopraffatta dalla sorte e dalla mancanza di amore. Per rendere visivamente questa molteplicità di piani e di livelli della narrazione le tavole di Andrea Riccadonna si sono articolate omaggiando i grandi maestri del fumetto italiano (tra tutti Sergio Toppi, Dino Battaglia e Gianni De Luca) decostruendo la gabbia della pagina e permettendo alle figure in scena di muoversi libere, di interagire, di cambiare dimensione e proporzione fino a invadere la pagina nella sua totalità e di disegnare la scena con i propri corpi e le proprie parole. La ricchezzadel segno e della composizione si è accompagnata a una gamma di colori volutamente ridotti, virati in chiave espressionista a seconda della sequenza in atto che ci restituisce un racconto al tempo stesso intimo e maestoso.